Sangfor HCI – Alta Affidabilità Iperconvergente per la Business Continuity – Registrazione Webinar

Iperconvergenza di 3° Generazione – Virtualizzazione server e storage, Alta affidabilità, Disaster Recovery, Networking e Security riuniti in un’unica soluzione e gestiti da un’unica piattaforma
 
 
 
 

Il 16 febbraio scorso il nostro partner Sangfor ha tenuto una sessione tecnica in DEMO Live della soluzione HCI con lo scopo di dare l’esatta percezione della semplicità di utilizzo in tutte le sue funzionalità:

  • Unica console di management centralizzata in HTML5,
  • creazione e gestione di VM e Virtual Storage,
  • Network virtualizzato e Security,
  • Backup e ripristino,
  • integrazione e gestione degli UPS.
E’ possibile accedere alla registrazione del webinar tecnico cliccando qui
 

Sangfor HCI offre soluzioni di Business Continuity, dalle architetture più semplici, partendo con minimo 2 nodi in direct attach, alle più complesse, contando sulla scalabilità a caldo senza limiti né vincoli di terze parti.

Per ulteriori informazioni o chiarimenti: dircom@argonavis.it

2 Marzo 2021

Dal Consiglio d’Europa le linee guida sul riconoscimento facciale

 
Tratto da www.garanteprivacy.it
 
 
Preoccupazione per le tecnologie di “riconoscimento dell’affetto”
 
 

ll Consiglio d’Europa ha chiesto regole rigide per evitare i grandi rischi per la privacy e la protezione dei dati posti dall’utilizzo crescente delle tecnologie di riconoscimento facciale.

Il 28 gennaio 2021, nella Giornata europea per la protezione dei dati, il Comitato Consultivo della Convenzione 108, istituito presso il Consiglio d’Europa, ha adottato linee guida in materia.

Le linee guida, che si fondano sui principi della Convenzione 108 modernizzata, forniscono una serie di misure di riferimento che governi, sviluppatori di sistemi di riconoscimento facciale, produttori, aziende e pubbliche amministrazioni dovrebbero adottare per garantire che l’impiego di queste tecnologie non pregiudichi la dignità della persona, i diritti umani e le libertà fondamentali.

Il Comitato riconosce infatti i pericoli che possono derivare da tecniche particolarmente invasive e richiama la necessità di un dibattito pubblico e di un approccio precauzionale.

Il documento esprime particolare preoccupazione riguardo ai rischi derivanti dal riconoscimento facciale volto a rilevare i tratti della personalità, i sentimenti o le reazioni emotive dall’immagine del volto: le cosiddette tecnologie di “riconoscimento dell’affetto”. Tali tecnologie – afferma il Comitato – dovrebbero essere vietate e non dovrebbero essere impiegate, ad esempio, nelle procedure di assunzione di personale, nell’accesso ai servizi assicurativi e a all’istruzione. Allo stesso modo, non dovrebbe essere consentito l’uso del riconoscimento facciale al solo scopo di determinare il colore della pelle di una persona, le convinzioni religiose o di altro tipo, il sesso, l’origine etnica, l’età, le condizioni di salute o le condizioni sociali.

L’uso di sistemi di riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine dovrebbe essere consentito solo quando è strettamente necessario per prevenire un rischio imminente e grave alla sicurezza pubblica.

Le Linee guida raccomandano agli sviluppatori di tecnologie di riconoscimento facciale di prestare specifica attenzione all’attendibilità degli algoritmi e all’accuratezza dei dati trattati, al fine di evitare disparità e possibili ricadute discriminatorie.

Le aziende e le pubbliche amministrazioni che intendano avvalersi di tecniche di riconoscimento facciale, da parte loro, hanno l’obbligo di garantire il rispetto dei principi di protezione dati, compresa la necessità di effettuare una valutazione dei rischi che il ricorso a tali tecniche può avere sui diritti delle persone, nonché dei profili etici che ne derivano, anche attraverso l’ausilio di comitati di esperti indipendenti.

Le persone devono, inoltre, poter esercitare i propri diritti, compreso quello di rettifica (ad esempio in presenza di false corrispondenze) o quello di non essere sottoposto a decisioni puramente automatizzate senza che la propria opinione sia adeguatamente considerata.

Infine, un ruolo importante a tutela dei diritti delle persone possono svolgerlo le Autorità di protezione dei dati che, in base all’art. 15 (3) della Convenzione 108+, devono essere consultate riguardo a proposte legislative e amministrative che comportino il trattamento dei dati personali mediante tecnologie di riconoscimento facciale. Le Autorità devono essere consultate prima di possibili sperimentazioni o utilizzi.

23 Febbraio 2021

Lavoro: Garante, no all’uso delle impronte digitali dei dipendenti se manca base normativa

 
 
Tratto da www.garanteprivacy.it
 
 
Sanzione di 30.000 euro ad una Asp
 
 

Il Garante ha sanzionato per 30.000 euro l’Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Enna per l’utilizzo di un sistema di rilevazione delle presenze basato sul trattamento di dati biometrici dei dipendenti. A seguito del rafforzamento delle garanzie previste dal Regolamento e dal Codice privacy, per installare questo tipo di sistemi è necessaria infatti una base normativa che sia proporzionata all’obiettivo perseguito e che fissi misure appropriate e specifiche per tutelare i diritti degli interessati. Nel caso della Asp di Enna la base normativa invocata era carente, non essendo stato adottato il regolamento attuativo della legge 56/2019 (poi abrogata) che doveva stabilire garanzie per circoscrivere gli ambiti di applicazione e regolare le principali modalità del trattamento.

L’istruttoria dell’Autorità, avviata a seguito di alcuni articoli di stampa, ha consentito di accertare che il sistema di rilevazione presenze dell’Asp di Enna acquisiva le impronte digitali di oltre 2.000 dipendenti memorizzandole in forma crittografata sul badge di ciascun lavoratore. L’Azienda, poi, verificava l’identità del dipendente mediante il confronto tra il modello biometrico di riferimento, memorizzato all’interno del badge, e l’impronta digitale presentata all’atto del rilevamento della presenza e trasmetteva il numero di matricola del dipendente, la data e l’ora della timbratura, al sistema di gestione delle presenze.

L’Autorità ha ritenuto, contrariamente a quanto sostenuto dall’Azienda sanitaria, che in questo modo si effettuava un trattamento di dati biometrici dei dipendenti (sia all’atto dell’emissione del badge, sia all’atto della verifica dell’impronta in occasione di ogni “timbratura” di ciascun dipendente,) in assenza di una idonea base giuridica. Né il consenso dei dipendenti, invocato dall’Asp quale fondamento del trattamento, può essere considerato valido, nel contesto lavorativo, a maggior ragione pubblico, per effetto dello squilibrio del rapporto tra dipendente e datore di lavoro.

Inoltre la struttura sanitaria, pur avendo informato il personale e i sindacati della scelta organizzativa compiuta, non aveva fornito tutte le informazioni sul trattamento, come richiesto dal Regolamento europeo in materia di privacy.

Considerati tutti gli aspetti della vicenda, il Garante ha dichiarato illecito il trattamento dei dati biometrici e ha applicato all’Asp 30.000 euro di sanzione. Ha inoltre disposto la cancellazione dei modelli biometrici memorizzati all’interno dei badge e chiesto all’Asp di far conoscere le iniziative che intende intraprendere per far cessare il trattamento dei dati biometrici dei dipendenti.

22 Febbraio 2021

Come creare un cluster di failover in Windows Server 2019

Tratto da Blog Veeam
Autore: Hannes Kasparick – 15/12/2020
 

Questo articolo offre una breve panoramica su come creare un Cluster di failover di Microsoft Windows (WFC) con Windows Server 2019 o 2016. Il risultato sarà un cluster a due nodi con un disco condiviso e una risorsa di calcolo del cluster (oggetto computer in Active Directory).

Preparazione

Indipendentemente dall’uso di macchine fisiche o virtuali, assicurati che la tua tecnologia sia adatta ai cluster Windows. Prima di iniziare, accertati di soddisfare i seguenti prerequisiti:

Due macchine Windows 2019 con gli ultimi aggiornamenti installati. Le macchine hanno almeno due interfacce di rete: una per il traffico di produzione, una per il traffico del cluster. Nel mio esempio, sono presenti tre interfacce di rete (una aggiuntiva per il traffico iSCSI). Preferisco gli indirizzi IP statici, ma è possibile usare anche il DHCP.

Unisci entrambi i server al dominio Microsoft Active Directory e assicurati che rilevino il dispositivo di storage condiviso disponibile nella gestione disco. Non portare ancora online il disco.

Il passaggio successivo prima di poter davvero iniziare è aggiungere la funzionalità Clustering di failover (Server Manager > Aggiungi ruoli e funzionalità).

Riavvia il server, se necessario. In alternativa, puoi anche utilizzare il seguente comando di PowerShell:

 
Install-WindowsFeature -Name Failover-Clustering –IncludeManagementTools

Dopo la corretta installazione, Gestione cluster di failover viene visualizzato nel menu Start in Strumenti di amministrazione Windows.

Dopo aver installato la funzionalità Failover-Clustering, puoi portare online il disco condiviso e formattarlo su uno dei server. Non modificare nulla sul secondo server. Sul secondo server, il disco rimane offline.

Dopo un aggiornamento della gestione disco, viene visualizzato qualcosa di simile a questo:

Server 1 Gestione disco (stato del disco online)

Server 2 Gestione disco (stato del disco offline)

Controllo della disponibilità del cluster di failover

Prima di creare il cluster, dobbiamo assicurarci che tutto sia impostato correttamente. Avvia Gestione cluster di failover dal menu start e scorri verso il basso fino alla sezione di gestione, quindi fai clic su Convalida configurazione.

Seleziona i due server per la convalida.

Esegui tutti i test. C’è anche una descrizione delle soluzioni supportate da Microsoft.

Dopo esserti assicurato che tutti i test applicabili siano stati superati con lo stato “riuscito”, puoi creare il cluster utilizzando la casella di controllo Crea il cluster ora utilizzando i nodi convalidati, oppure puoi farlo in un secondo momento. In caso di errori o avvisi, è possibile utilizzare il report dettagliato facendo clic su Visualizza report.

Creare il cluster di failover

Se scegli di creare il cluster facendo clic su Crea cluster in Gestione cluster di failover, ti verrà chiesto di nuovo di selezionare i nodi del cluster. Se utilizzi la casella di controllo Crea il cluster ora utilizzando i nodi convalidati dalla procedura guidata di convalida del cluster, salterai quel passaggio. Il passaggio successivo rilevante è la creazione del Punto di accesso per l’amministrazione del cluster. Questo sarà l’oggetto virtuale con cui i client comunicheranno in seguito. È un oggetto computer in Active Directory.

La procedura guidata richiede il Nome cluster e la configurazione dell’indirizzo IP.

Come ultimo passaggio, conferma tutto e attendi la creazione del cluster.

La procedura guidata aggiungerà automaticamente il disco condiviso al cluster per impostazione predefinita. Se non l’hai ancora configurato, è possibile farlo anche in seguito.

Al termine, vedrai un nuovo oggetto computer di Active Directory denominato WFC2019.

È possibile eseguire il ping del nuovo computer per verificare se è in linea (se consenti il ping sul firewall di Windows).

In alternativa, puoi creare il cluster anche con PowerShell. Il comando seguente aggiungerà automaticamente anche tutto lo spazio di storage idoneo:

 
New-Cluster -Name WFC2019 -Node SRV2019-WFC1, SRV2019-WFC2 -StaticAddress 172.21.237.32

Puoi vedere il risultato in Gestione cluster di failover in Nodi e nelle sezioni Archiviazione > Dischi .

L’immagine mostra che il disco è attualmente utilizzato come quorum. Poiché vogliamo utilizzare quel disco per i dati, dobbiamo configurare manualmente il quorum. Dal menu contestuale del cluster, scegli Altre azioni > Configurazione impostazioni quorum per il cluster.

Qui vogliamo selezionare manualmente il quorum di controllo.

Attualmente, il cluster utilizza il disco configurato in precedenza come disco di controllo. Le opzioni alternative sono controllo di condivisione file o un account di storage di Azure come controllo. In questo esempio utilizzeremo il controllo di condivisione file. Ecco una guida dettagliata sul sito Web di Microsoft per il cloud di controllo. Consiglio sempre di configurare un quorum di controllo per operazioni corrette. Quindi, l’ultima opzione non è in realtà un’opzione per la produzione.

Basta indicare il percorso e terminare la procedura guidata.

Dopodiché, il disco condiviso è disponibile per l’uso con i dati.

Congratulazioni, hai configurato un cluster di failover Microsoft con un disco condiviso.

Passaggi successivi e backup

Uno dei passaggi successivi consiste nell’aggiungere un ruolo al cluster, un’operazione che non rientra nell’ambito di questo articolo. Non appena il cluster contiene dei dati, è arrivato il momento di pensare a eseguire il backup del cluster. Veeam Agent for Microsoft Windows è in grado di eseguire il backup dei cluster di failover di Windows con dischi condivisi. Consigliamo inoltre di eseguire backup dell’intero sistema del cluster. In questo modo si esegue anche il backup dei sistemi operativi dei membri del cluster, contribuendo ad accelerare il ripristino di un nodo del cluster guasto, poiché non è necessario cercare driver o altro in caso di un ripristino.

27 Gennaio 2021

Cyber security: la sicurezza aziendale che ti salva la vita!

Tratto da BitMAT
Autore: Redazione BitMAT – 19/01/2021
 

BITMAT - Cyber security la sicurezza aziendale che ti salva la vita

Con il termine cyber security si intende la protezione dei sistemi informatici (computer, reti di telecomunicazione, smartphone, ecc.) e delle informazioni digitali da attacchi interni e, soprattutto, esterni. Sinonimi di questo termine sono IT security, ICT security, sicurezza informatica e sicurezza delle informazioni.

I principali attacchi hacker

1. Attacchi brute force (forza bruta) e password sicure

Le misure di sicurezza sono utilizzate per ridurre i rischi, non per eliminarli. Per capire questo concetto, partiamo dalle password. I malintenzionati che quotidianamente provano ad attaccare i servizi sul web utilizzano programmi specializzati che provano migliaia di password al secondo, ventiquattr’ore su ventiquattro. Questo il motivo per cui la password dovrebbe essere complessa: idealmente dovrebbe essere composta da caratteri casuali, in modo da non dare nessun indizio all’attaccante su quale potrebbe essere la password. L’unico modo per indovinarla a questo punto sarebbe quello che si chiama attacco di forza bruta o brute force, che consiste semplicemente nel provare tutte le password fino a che non si trova quella giusta.

Per creare password sicure esiste una soluzione chiamata password manager. I password manager sono piccoli programmi installabili su pc o su smartphone, che permettono di generare password casuali senza alcuno sforzo, conservandole e proteggendole per noi con un’unica password. Dovendo accedere a un servizio, dal password manager copiamo la sua specifica password e la incolliamo nella pagina di autenticazione senza più bisogno di ricordarla. L’unica password che ci dovremo ricordare, e che dovrà essere veramente buona, sarà quella di accesso al password manager.

2. Attacchi di phishing

Attacco di phishing è il metodo usato dai malintenzionati per convincere gli utenti ad accedere a un sito esca/fasullo utilizzando le proprie credenziali. Il sito all’apparenza è uguale a quello originale, ma nella realtà è gestito dagli stessi malintenzionati.

Come proteggersi? Due sono le soluzioni: abbandonare la semplice password a favore di meccanismi di strong authentication e monitorare gli accessi per rilevare anomalie. I due meccanismi possono essere uniti per utilizzare la sola password quando si tratta di accessi “normali’ o di operazioni poco critiche, utilizzando invece l’autenticazione forte per accessi anomali od operazioni critiche.

La tecnologia però da sola non basta: fondamentale che gli utenti siano sensibili al problema.

3. Ransomware (Cryptolocker)

Attraverso gli stessi canali, e principalmente con la posta elettronica, può entrare in azienda il ransomware. Si tratta di malware che, una volta installatosi su di un computer aziendale, cifra i file di dati a cui hanno accesso, costringendo l’azienda a pagare un riscatto (ransom) per avere le chiavi di decifratura.

E’ proprio grazie al ransomware se il panorama della cyber security è cambiato. Diverse erano infatti le aziende, soprattutto medio-piccole, con la convinzione di non essere particolarmente vulnerabili e interessanti per gli attacchi da Internet.

Come proteggersi dal ransomware?

Sicuramente uno strumento fondamentale è l’antivirus, utile a prevenire le infezioni. Va anche detto che però da soli sono sempre meno efficaci poiché chi scrive i malware acquista gli antimalware e testa i propri prodotti fino a che non riescono a non essere rilevati. Solo a quel punto li diffondono mettendo in difficoltà i produttori di antivirus che necessitano poi di tempo per rilevare queste nuove varianti di malware e per istruire i propri prodotti a riconoscerli.

Fra le procedure per la protezione dei propri dati dal ransomware, è fondamentale il processo di backup che permette all’azienda di ripristinare i propri dati limitandone i danni. Nulla garantisce però all’azienda che, una volta pagato il riscatto, otterrà effettivamente la chiave efficace per decifrare i file; sempre più spesso accade che la chiave non venga inviata o che un difetto del malware non permetta il recupero dei file nonostante si sia ricevuta la chiave.

Cyber security: prevenzione e difesa

Primo step è la sponsorizzazione da parte dei manager aziendali di iniziative atte alla sicurezza, non riducendola a un mero problema del reparto IT. Si tratta di tutelare il patrimonio aziendale: la protezione non è rivolta ai pc ma a tutte le informazioni di valore  per l’azienda.

Di conseguenza, il primo passo è identificare e valutare i rischi principali.

Da cosa partire? Da due documenti fondamentali: la policy di sicurezza e il regolamento utente. La policy di sicurezza è un documento che definisce i principi fondamentali nella gestione della sicurezza in azienda, si dichiara il commitment dell’azienda verso la protezione del proprio patrimonio informativo e si identificano le figure chiave che hanno in carico la gestione della cyber security, dando quindi loro l’autorevolezza per stabilire regole nell’uso e nella gestione del sistema informativo, diversamente difficile da far valere verso il personale. Il regolamento utente, invece, chiarisce quali sono i corretti e legittimi usi del sistema informativo e quali i comportamenti che gli utenti (personale ma anche consulenti, fornitori ecc.) devono tenere nell’utilizzo del sistema informativo aziendale e delle risorse quali Internet, posta elettronica, ecc.

A questi due documenti fondamentali si possono affiancare altre policy e procedure (gestione dei backup, gestione degli incidenti, ecc.) che, a seconda delle caratteristiche dell’organizzazione, possono essere più o meno strutturate.

Un’attenzione particolare va ai fornitori esterni: affidare la sicurezza a un servizio non significa scaricare il problema al fornitore pensando che non ci riguardi più; le risorse che si vogliono proteggere continuano ad essere patrimonio e responsabilità dell’azienda, che quindi dovrà assicurarsi che il livello della sicurezza del fornitore si mantenga adeguato, prima di tutto attraverso impegni contrattuali adeguati, e poi mediante audit e reportistica.

Infine, come anticipato, sono fondamentali la formazione e la sensibilizzazione del personale. Il comportamento e la disattenzione del personale sono la strada principale attraverso cui gli attaccanti riescono ad accedere al sistema informativo aziendale, molto più che attraverso vulnerabilità tecniche. La capacità degli utenti di comportarsi in modo sicuro e la formazione del personale tecnico sulle buone pratiche di sicurezza nella gestione del sistema informativo, sono quindi essenziali.

Perdita di dati e come comportarsi

Anche con la migliore gestione della sicurezza però, gli incidenti avvengono.

Come reagire?

L’azienda dovrà valutare se ripristinare sistemi e servizi o se invece non sarà più opportuno contenere l’incidente e raccogliere al contempo informazioni sull’attacco, attraverso quali canali è stato praticato e quali altre parti del sistema informativo sono state coinvolte, in modo da eliminare le vulnerabilità e migliorare la gestione della sicurezza.

Per gli incidenti più gravi, se definito, può anche scattare il piano di continuità operativa aziendale, in particolare le attività di disaster recovery che si occupano specificamente del ripristino dell’operatività del sistema informativo, sistema nervoso dell’azienda senza il quale questa non può funzionare a lungo.

La gestione della sicurezza, come si evince, richiede un impegno sia da parte delle piccole che delle grandi aziende che dovranno assegnare risorse coerenti con le esigenze aziendali.

Esigenze che finalmente le aziende cominciano a comprendere, investendo anche nei professionisti della cyber security, figure oggi molto ricercate.

26 Gennaio 2021