Che cosa è l’iperconvergenza, come funziona e quali sono i vantaggi

Autore Laura Zanotti
tratto da Digital4 , 23 aprile 2020

C’era una volta il tempo dell’integrazione. Oggi la nuova parola chiave è iperconvergenza. L’evoluzione tecnologica cambia terminologie ed approcci, ma il problema rimane una questione culturale. Il motivo? Che la strategia addizionale è diventata obsoleta

Che cos’è l’iperconvergenza o hyperconvergence? È un approccio che fornisce un ambiente virtualizzato completo e chiavi in mano, il tutto senza richiedere all’utente una conoscenza tecnica o un impegno a livello di configurazione. L’infrastruttura IT, infatti, viene incentrata su di un’architettura software in cui convergono risorse di calcolo, di memorizzazione, di networking e di virtualizzazione. Il tutto reso disponibile su un sistema hardware supportato, nel caso, da un provider. In pratica si tratta di un IT as a Service di nuova generazione.

Agilità, efficienza e risparmi economici: sono i 3 principali vantaggi che indicano, in sintesi, il valore e il significato dell’iperconvergenza.

 

Perché si parla di iperconvergenza e quanto è diffusa

Ieri il tema di chi si occupava di gestire l’IT aveva una parola magica: integrazione. Oggi, questa parola è rimasta nelle agende dei CIO, ma in parallelo se n’è affiancata un’altra: iperconvergenza. Per capire la sua valenza e il suo reale significato rispetto alla governance è necessario ragionare prima di tutto di prospettiva. Rispetto al passato, infatti, l’orizzonte tecnologico è profondamente cambiato. L’evoluzione del software, il potenziamento delle tecnologie di rete e le SOA (Service Oriented Architecture) hanno sdoganato la virtualizzazione come un approccio di qualità rispetto alla gestione elaborativa.

Per chi si occupa di ICT l’abitudine a ragionare per addizione, cioè di aggiungere in modo progressivo nuove componenti tecnologiche all’esistente, non è cambiata. Così è difficile abbracciare le nuove vision necessarie al salto quantico richiesto da una digitalizzazione sempre più multicanale, decisamente liquida e in cui applicazioni, dati e infrastrutture non possono più essere consolidate, ma vanno bilanciate tra diverse formule di servizio, in house e in outsourcing, on premise o in cloud. È la natura stessa della tecnologia a essere diventata assolutamente dinamica e cangiante, richiedendo nuove equazioni per il calcolo del ROI.

Gli analisti concordano nel ritenere che l’interesse delle aziende verso le infrastrutture iperconvergenti sia in crescita: secondo MarketsAndMarkets, il mercato globale delle soluzioni HCI (Hyper Converged Infrastructures) aumenterà anno su anno, partendo dai 4.1 miliardi di dollari del 2018 per arrivare ai 17.1 miliardi del 2023, con un CAGR del 32,9%.

 

Come funziona l’iperconvergenza

Alla base dell’iperconvergenza c’è una nuova intelligenza del software. Grazie a questa chiave di sviluppo server, storage e software di virtualizzazione convergono in un unico oggetto, detto appliance, governato da un unico programma che funge da controller di gestione. Idealmente, il modello fa collassare un intero data center in un nodo che viene gestito attraverso un’interfaccia utente non solo più semplice e intuitiva, ma che può essere subappaltata a un provider e gestita in cloud. La flessibilità e la scalabilità dell’infrastruttura iperconvergente si basano su di uno o più nodi che si aggiungono, all’occorrenza, al sistema di base.

In un approccio convergente, il modello chiavi in mano è il seguente: un fornitore consegna un insieme preconfigurato di hardware e software in un singolo chassis per minimizzare i problemi di compatibilità fra differenti componenti e razionalizzare la gestione di tutta l’infrastruttura. Non si parla di convergenza, ma di iperconvergenza perché la differenza è che quest’ultima aggiunge un livello maggiore di integrazione e di relativa semplificazione d’uso rispetto ai componenti in gioco. Spesso, infatti, i sistemi iperconvergenti integrano tutto quello che serve a una sala server o a un datacenter: hardware, software, storage, deduplicazione, compressione ed eventuale replica geografica. Il tutto in un unico appliance, gestito con un solo software, attraverso un unico cruscotto centralizzato. Questo è il motivo per cui si parla di software defined data center.

In sintesi, dal possesso di una tecnologia il focus si è spostato alla fruizione del servizio, attraverso SLA (Service Level Agreement) a misura di ogni tipo di esigenza. Potenza, intelligenza, memoria, spazio ed energia diventano funzioni variabili, gestite da un’unica regia di controllo. Compito degli executive è ragionare sul tipo di contratti e sui fornitori più competenti, bilanciando risorse ed economics secondo orizzonti di pianificazione nel breve, nel medio e nel lungo termine.

 

Autore Laura Zanotti
tratto da Digital4 , 23 aprile 2020

1 Settembre 2020